Franco Basaglia
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Franco Basaglia

Giugno del 1976. Mio papà, in conseguenza di un grave incidente stradale, immobilizzato a letto, veniva trasferito in una struttura adatta ad ospitare i pazienti in stato di lungodegenza. Toccava a me quindi assisterlo durante i pasti, due volte al giorno. Questo ospedale, chiamiamolo così, era fuori mano rispetto a dove abitavo e in quel periodo non disponevo di alcun mezzo di locomozione. Quindi autobus, due linee diverse, circa mezz’ora di sola andata e circa dieci minuti a piedi. Bellissimo. Di ospedali ne avevo già visti parecchi, mia mamma aveva avuto più problemi di salute, ma questo era proprio strano. Intanto poteva entrare chiunque, non c’erano controlli, non aveva nemmeno una portineria, tantomeno orari di ingresso.

C’era solo un grande cavallo, riprodotto in un materiale indefinibile per me ai quei tempi. Una volta entrato dovevo affrontare una salita tortuosa, sino ad arrivare, attraverso stradine e scorciatoie, all’edificio dove mio papà mi attendeva fiducioso. Non c’era un edificio centrale, ma soprattutto non vedevo i soliti e prevedibili infermieri con gli altrettanto prevedibili camici bianchi, i medici con la tunica verde, le ambulanze e le lettighe, insomma quello che per me era stato sinora un ospedale. Era invece un grande parco, con tante casette dislocate qua e là e solo due edifici più grandi degli altri. Questo era almeno quello che vedevo io. C’erano invece tante persone che camminavano, sostavano sotto gli alberi, parlavano, giocavano a carte, discutevano anche ad alta voce. Stavano un po’ dappertutto, alcuni non si muovevano dalla veranda dela loro casetta.

Ero stato avvisato di stare attento, di non dare corda a nessuno e di tirare dritto per la mia strada. Nessuno invece, vedendomi poi passare ogni giorno, per due volte, mi aveva creato alcun disagio. Anzi. Alcuni mi salutavano, altri mi ignoravano, altri mi chiedevano qualche spicciolo. Era stato il mio primo contatto diretto con i matti. E quell’ospedale era anche e soprattutto il manicomio di San Giovanni. I matti, appunto.

Nell’ottobre del 1971 arrivò in quello che era una prigione più che un ospedale Franco Basaglia. Trovò uomini e donne affetti da problemi, più che psichiatrici, di socializzazione. Isolati e reclusi, dediti all’alcol, abbandonati a se stessi, con delle divise che ne segnalavano la presunta pericolosità e curate, per così dire, attraverso percosse, elettroshock e lobotomie, legate ai letti di contenzione. Franco Basaglia pensò, in quell’angolo dimenticato da Dio e soprattutto dagli uomini, di aprire le porte, di eliminare le divise, di restituire dignità e storia ai pazienti, mischiando “matti e normali”, anche se, come si dice da queste parti, visto da vicino nessuno è normale.

Tutto questo anche mentre io maledicevo la salita sotto il sole, mentre attendevo l’autobus che non arrivava mai. Io allora ero troppo giovane, non comprendevo assolutamente quello che stava succedendo, ma sono stato inconsciamente testimone di questo cambiamento rivoluzionario.

Arrivarono dopo Dario Fo, Gino Paoli, un giovane Franco Battiato, Alberto Camerini, Demetrio Stratos e gli Area ad esibirsi in quello che sarebbe stato un laboratorio di libertà poi soltanto imitato grossolanamente. Arrivarono nel 1977 i francesi di Marge, a Trieste, proprio nell’ospedale, per partecipare al terzo Reseau internazionale di alternativa alla psichiatria, in un clima politico non facile. Arrivarono anche contestazioni, con tanto di aggressione fisica a Franco Basaglia. La battaglia che stava portando avanti Franco Basaglia assieme ai suoi collaboratori non fu affatto facile e mentre lui stesso sosteneva che il folle è pericoloso come ogni altra persona e ha la stessa probabilità dei cosiddetti sani di delinquere, venivano avviate, tra il 1972 e il 1975, 15 inchieste, tra le più svariate a seguito di varie denunce.

Il 13 maggio 1978 viene approvata la legge 180, detta anche “Legge Basaglia”, primo passo in funzione della fine dell’istituzione manicomio. La legge 180 verte su due principi di fondo: chi soffre di disturbi psichici ha diritto al trattamento sanitario previsto come per le altre malattie (prima il matto era solo considerato pericoloso), ed i manicomi possono continuare a curare i malati già presenti ma non accoglierne casi nuovi o pazienti precedentemente dimessi. Purtroppo, causa molti ritardi e la mancata realizzazione di quanto previsto dalla 180, ancora tanti la considerano una legge inutile e dannosa. In particolare lo stesso Basaglia aveva più volte lamentato il mancato rispetto della contestualità tra la chiusura dei manicomi e la funzionalità dei centri di salute mentale sul territorio.

Rimane invece il primo passo ufficiale, mai compiuto prima, in funzione del rispetto che ognuno, anche un matto, deve avere nella società. A fine agosto del 1980, un tumore al cervello ferma per sempre Franco Basaglia. Aveva solo 56 anni. Trieste non gli ha dedicato nemmeno una via. Solo un riferimento all’interno dell’ex manicomio. Non saremo di certo noi a rimediare a questa grave mancanza, ma nel nostro piccolo mondo qualcosa abbiamo fatto.  Il nostro Bed & Breakfast  è dedicato a lui. Questo ha fatto in modo che alcuni ospiti, provenienti da ogni parte d’Italia, siano rimasti favorevolmente colpiti da questo nostro pensiero, portando con sé libri, foto e ricordi di quel periodo. A disposizione rimangono le pubblicazioni più conosciute e famose, un modo per ricordare quegli anni irripetibili e per quanto ci riguarda indimenticabili.